Luigi Romolo Carrino

Luigi Romolo Carrino

Luigi Romolo Carrino

Luigi Romolo Carrino è già un habitué, qui dalle nostre parti. Un suo romanzo e una raccolta di racconti (rispettivamente Pozzoromolo e Istruzioni per un addio) sono entrati di diritto, e a buon merito, fra le pubblicazioni recensite sulle nostre pagine. Abbiamo intrattenuto una piacevole conversazione con l’autore napoletano.

R. Diamo il benvenuto a Luigi Romolo Carrino sulle pagine di Libri Consigliati. Abbiamo recensito di recente (perdonate l’allitterazione) il tuo “Pozzoromolo”, edito da Meridiano Zero. Qualche parola sulla genesi del romanzo.

Carrino Pozzo è stato un’urgenza. Dopo una serie di esperienze personali ‘dovevo’ trovare una catarsi, più razionale che emotiva. L’incontro con Gioia, la protagonista (che non si chiama Gioia, ovvio), è stato illuminante. Mi interessava raccontare il coraggio di ‘vedersi’ da dentro, riuscire in qualche modo a mettere in discussione tutto, senza più una facile terra dopo poggiare i piedi, una terra predeterminata, predestinata, preparata da altri e non da te stesso.

R. Quanto tempo ha richiesto la stesura del romanzo? Quali le tue abitudini, i rituali (se ci sono) mentre lavori a una nuova opera?

Carrino Pozzo ha una gestazione ventennale, l’ho scritto e l’ho lasciato lì. Anche se mi rendevo conto dei suoi limiti non riuscivo a lavorarlo, a modificarlo. Poi è arrivato il tempo giusto, la serenità per lavorarci, magari anche la maturità per farlo. In meno di un anno sono riuscito a rimasticarlo e risputarlo così come lo hai letto. Ma non ci metto sempre vent’anni per scrivere un romanzo. Acqua Storta, per esempio, l’ho scritto in due settimane, anche se l’idea ce l’avevo in testa da almeno 4, 5 anni.

Abitudini nessuna, sinceramente, né riti. Come tutti quelli che scrivono mi documento molto, questo sì. Magari poi non uso specificamente niente di quello che ho appreso ma riesco a riprodurre l’atmosfera, l’ambiente, le nuances che si ereditano da questo modo di lavorare. Questo rende il testo verosimile.

R. Quali le influenze letterarie che ritieni abbiano dato vita nella tua scrittura alla riuscita commistione fra prosa e lirismo, elemento fondante in Pozzoromolo?

Carrino Io arrivo dalla poesia, dal teatro, da una scrittura ellittica e, allo stesso tempo, molto ‘dialogata’. Mi sono chiesto – mi chiedo ancora – qual è la lingua, che è comunque una transcodifica, per restituire quel silenzio assordante, rumoroso che abbiamo nella testa e che dice chi siamo, cosa desideriamo autenticamente? Una lingua vicina al silenzio, difficile da trovare. Un aiuto enorme mi è arrivato dalla poesia di Mariangela Gualtieri, dal suo modo di usare la sintassi, e da Shakespeare, le tragedie soprattutto. Altri grandi contributi arrivano da Sueskind, da Albee, dalla Kristof, da Fitzgerald, da Pinter, dalla Achmatova, dalla Merini… Vabbè, so’ tantissimi. E poi ho pensato che il ‘silenzio’ di cui parlavo sopra non ha necessità di regole grammaticali, quelle servono a ‘noi’ per cercare di rappresentare la nostra rerum natura. Per questo ho maltrattato la sintassi, soprattutto quando Gioia è legata sul letto di contenzione.

R. Pensi di aver raggiunto un punto d’equilibrio ottimale tra forma e contenuto nei tuoi scritti?

Carrino Questo non accadrà mai. È un lavoro continuo, è incessante, per certi versi è un lavoro inesorabile. Leggendo cose che ho già pubblicato, rileggendole, mi viene l’impulso di modificarle, di riscriverle. Eppure nel momento in cui le ho pubblicate pensavo di aver trovato l’equilibrio ottimale… Eh, la scrittura è un inferno caro mio, e ha sempre fiamme nuove per lambirti. Devi lasciarti bruciare da questi fuochi, scoprire saggiamente che i fuochi del tuo inferno sono molto simili ad altri fuochi, e cercare di trovare la lingua (di fiamma) che ti appartiene (leggi alla voce contaminazione, intertestualità, ipermedialità…).

R. La cifra stilistica modella e segna in modo indelebile la valenza della parola, ne domina il significato a volte. La storia di Gioia, del disagio psichico che la tormenta affonda le radici in un dissesto che è tutto fisico, corporale. I suoi tentativi di riscoprirsi, di riscrivere le pagine di una vita sono la rappresentazione di una necessità universale?

Carrino Sì. Assolutamente sì. Bisogna ritrovare l’autenticità, non aver paura di sporcarsi le mani in questa ricerca. Mettersi in discussione, capirsi. Qui ormai è tutta una ‘rappresentazione’, tutti intenti a mostrare, ad apparire più che a divenire. E questo riguarda tutti gli ambiti, tutte le sfere di appartenenza, tutti gli universi della vita. Mi prende lo sconforto quando ci penso…

R. Parlaci del rapporto con i tuoi editori. Di recente hai pubblicato una raccolta di racconti dal titolo Istruzioni per un addio (N.d.R. a breve verrà recensito su queste pagine) per Azimut, Pozzoromolo e Acqua storta per Meridiano Zero.

Carrino Vicentini di Meridiano Zero è fantastico, c’è un folle amore tra di noi. Merola e Farneti di Azimut mi fanno sentire uno scrittore desiderato. E poi, posso decidere di pubblicare qualsiasi cosa mi passa per la testa, nel senso di qualsiasi tema o storia, ben inteso. Non credo che altri editori mi permetterebbero di pubblicare un romanzo come Pozzoromolo; spesso gli editori prediligono meccaniche molto distanti da quella che dovrebbe essere – assomigliarle, almeno – letteratura (per carità!, è comprensibile, ma…). Una cosa però la devo dire: generalmente i signorotti della cultura determinano la qualità di un testo in modo proporzionale alla dimensione della casa editrice che lo pubblica. Questo è squallido, schifoso, ma è specchio del nostro tempo. Nel mio caso, devo dire, sono abbastanza fortunato. “Abbastanza”, il minimo sindacale per preservare un po’ di onestà intellettuale…

Luigi Romolo Carrino

L. R. Carrino

R. Per concludere, pensieri in ordine sparso sulla quotidianità di Luigi Romolo Carrino.

Carrino Da qualche giorno mi sono trasferito a Sassari, dopo aver sospeso il mio lavoro di informatico. Ultimamente Roma mi stava un po’ troppo larga. Farò la spola tra l’isola e il continente, e nel frattempo spero di terminare i due romanzi che ho in canna. La mattina (tarda mattina) devo bere almeno mezzo litro di caffè per riuscire ad articolare un paio di parole sensate. Passo mediamente un 3, 4 ore al giorno sul Web. Nel pomeriggio leggo qualche pagina da testi usciti recentemente, magari di qualche scrittore mio amico. Scrivo principalmente nelle ore serali, notturne quasi.

a cura di Roberto Giungato per Libri Consigliati

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