Titolo: I vivi e i morti
Autore: Joy Williams
Traduzione: Marco Bertoli
Editore: Nutrimenti
Pagine: 384
Prezzo: € 17,50
Pubblicazione: giugno 2010
ISBN: 978-88-95842-56-1
Valutazione Libri Consigliati: da non perdere.
La lettura de I vivi e i morti lascia spossati, vagamente storditi, confusi. Tale è la consistenza delle costruzioni di Joy Williams, da traslare la naturale percezione del fluire degli eventi, del trascorrere delle ore e nel tentativo di seguire le fila dello sconcertante intreccio delle vicende (che poi vicende vere e proprie non sono) degli attori di quest’acuta e raffinata messinscena si scivola gradatamente accompagnati dalle parole che rivelano il vuoto di senso che è al centro di tutto. Joy Williams ha voluto scrivere del nulla, dell’assenza e della presenza priva di significato, quindi della vita e della morte che giocano e giocano ancora nel mezzo del deserto. L’impatto della letteratura sui paradigmi che reggono la nostra visione delle cose. I vivi e i morti è un esercizio metafisico, un monologo camuffato da dialogo potenziale, è un “romanzo” in cui un’infermiera di una casa di cura può esprimersi con queste parole:
“Quasi tutti qui dentro hanno l’acqua scura negli occhi, il glaucoma. Fanno finta di vederti. Questo posto assomiglia molto alla vita, solo che qui non c’è vita ed è per questo che tu sei tornata. Perché avevi intenzione di abbandonarci, non è vero? Ci sei andata vicino, ma poi – vediamo se indovino – hai visto qualche porcheria che l’importuno tesoro dell’essere custodiva al suo interno, qualche porcheria che si è fatta radiosa sotto il lume dei tuoi occhi. E così sei tornata per aspettare senza aspettare, come si aspettano i morti. Non sei una di quelle ragazze che vedono ovunque segni e prodigi; non avrai mai niente da insegnare, farai il tuo dovere in silenzio, anche a te verrà l’acqua scura, lavorerai nell’ombra, ti seppelliranno fuori di qui, come una vecchia mendicante respinta”.
Al centro degli episodi che compongono questo quadro onirico e destabilizzante un gruppo di tre ragazze, Alice, Annabel e Corvus, accomunate dall’essere orfane di madre, figure dalla valenza simbolica che sintetizzano tre diversissimi approcci alla vita: Alice vorrebbe essere ribelle, anticonformista, tutta protesa a sostenere le ragioni dell’ecologismo militante, del vegetarianesimo; Annabel, delle tre, è la più superficiale, interessata com’è al suo aspetto e a ritrovare la spensieratezza che ha perso da quando con suo padre, Carter, si è trasferita nella villa nel deserto; e Corvus che è tutt’altro, l’anello di congiunzione fra i vivi e i morti, sospesa fra due polarità in aperto contrasto: Corvus è viva fra i morti e morta fra i vivi.
Attorno alle tre tutta una teoria di personaggi improbabili, grotteschi, trasfigurazioni: Carter, il padre di Annabel, che riceve ogni sera la visita della moglie morta, Ginger, e sta scoprendo la sua omosessualità grazie alla frequentazione del giardiniere Donald; Sherwin, pianista del quale Alice finisce per infatuarsi, anche lui come Corvus pericolosamente in bilico sulla sottile linea di confine fra un mondo che agogna e un altro nel quale può esistere solo grazie alla simulazione; e Ray, giovane colpito più volte da un ictus che ha una scimmietta nella testa, che è stato rifiutato dai genitori, e vagabonda da una città all’altra alla ricerca di un lavoro, di una via di fuga che troverà una notte per mano di due uomini qualunque che giocano a far esplodere saguari; e Stumpp ed Emily, un uomo e una bambina di otto anni che creano un sodalizio impensabile e appagante.
Un romanzo che è come una domanda aperta, irrisolvibile (“Che differenza c’è fra il non essere ancora nati e l’aver vissuto, e l’essere morti? […] Siete convinti che quello che è già stato continui ad essere e che quello che sarà sia già stato? […] Nulla di ciò che facciamo è inevitabile ma tutto è irreversibile.”), che riassume appieno la poetica di Joy Williams (dalla quarta di copertina: “L’arte ha l’obbligo di confrontarsi con la singolarità della nostra condizione: pensiamo, ci meravigliamo, ci disperiamo, ci interessiamo al prossimo, moriamo. Forse faremmo meglio a spendere diversamente il nostro tempo, ma di fronte alle ingiustizie e alla stupidità della politica, alla distruzione del mondo, ho sempre la tentazione di credere che le cose non siano proprio quello che sembrano”.).
La morte irrompe sulla scena senza preavviso, e si prende gioco degli affanni umani, pare muoversi secondo logiche ben determinate ma avviene, avviene e non lascia spazio alla riflessione, accade rivendicando il proprio ruolo dissacrante. Non c’è nessuna verità, niente spiegazioni, eppure è attraverso Corvus che Joy Williams si rivela, Corvus e l’infermiera Daisy, Corvus e la sua permanenza, ostinata, a Green Palms.
Roberto Giungato per Libri Consigliati
L’AUTORE
Joy Williams (1944) è nata a Chelmsford, Massachusetts. È autrice di quattro romanzi, tre raccolte di racconti, una raccolta di saggi su tematiche ambientali e una guida turistica non convenzionale dell’arcipelago Florida Keys. Ha vinto numerosi premi, tra cui lo Strauss Living Award e il Rea Award per la short story. Dal 2008 è entrata a far parte dell’American Academy of Arts and Letters. Il suo primo romanzo, State of Grace (1973), è stato nominato per il National Book Award. Nel 1982 la raccolta di racconti Taking Care è stata un grande successo di pubblico e critica che valse alla scrittrice paragoni con Flannery O’Connor e Joyce Carol Oates. Tra gli ammiratori della Williams figurano scrittori come Don DeLillo, Richard Ford, Bret Easton Ellis.
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