Qualche giorno fa ho ricevuto una copia del romanzo di Antonella Lattanzi, giovane scrittrice pugliese (di Bari, per la precisione) che ha esordito con il suo Devozione, pubblicato nella collana Einaudi Stile libero Big.
Il romanzo ha per protagonista Nikita, ventiseienne eroinomane, le cui giornate sono scandite dal bisogno irrinunciabile, da una dipendenza cronicizzata dalla droga e dall’amore. Un romanzo corposo, struggente, estremamente lucido. Antonella Lattanzi mi ha fatto sentire di avere vene nelle braccia, che pulsano e distribuiscono vita, mi ha fatto illudere d’avere cicatrici su quelle stesse braccia, mi ha fatto “sentire a rota” per tutto il tempo della lettura. Questo mi ha spinto a cercare un momento di dialogo con lei, a volerla conoscere più a fondo.
R. Diamo il benvenuto sulle nostre pagine ad Antonella Lattanzi, giovane autrice barese al suo esordio con Devozione, romanzo edito per Einaudi nella collana Stile libero Big. Come sta vivendo quest’esperienza, Antonella?
Lattanzi Pubblicare un romanzo è un’esperienza molto particolare. Nel mio caso, poi – ci ho lavorato per cinque anni, ma in realtà scrivere un romanzo era quello che volevo da sempre – è ancora più strano. Soffro di una sorta di depressione post partum. Mi spiego: sono molto felice per l’accoglienza che il mio romanzo sta ricevendo, ma nello stesso tempo non doverci più lavorare mi ha lasciato uno strascico di nostalgia che non se n’è ancora andato.
R. Devozione è un romanzo forte, nel linguaggio e nei contenuti; crudo, ma non spietato, come doveva essere. È soddisfatta del risultato raggiunto?
Lattanzi Non volevo scrivere un romanzo spietato. Volevo scrivere un romanzo sincero – non autobiografico, sincero. Volevo scrivere sinceramente. Volevo scrivere quello che sentivo di dover scrivere, quello che premeva per essere scritto. Volevo scrivere una storia che parlasse di ognuno di noi. Delle nostre dipendenze. Di come la dipendenza ci sia connaturata, di come sia la faccia “deragliata” del nostro desiderio di felicità. Quando scrivo non voglio emettere giudizi, voglio solo raccontare. Dunque, nelle mie intenzioni non dovevo essere né spietata né dolce: ma usare la scrittura, che è il mio mezzo di comunicazione, per veicolare delle idee, e delle realtà invisibili.
R. Ho letto numerose interviste nell’ambito delle quali l’attenzione dei suoi interlocutori si è “naturalmente” concentrata sull’oggetto del suo lavoro d’osservazione (le problematiche legate all’assunzione di eroina, la situazione-tossicodipendenza in Italia) piuttosto che sul valore delle parole, degli affetti traditi, dei suoi protagonisti che mancano a se stessi; quasi lei sia l’autrice di un saggio piuttosto che di un romanzo.
Lattanzi L’eroina non è il tema del mio libro, ma l’argomento (devo questa distinzione, che non ricordavo, a un mio caro amico). È utile dirlo e ripeterlo, perché in questo modo è possibile sia concentrare l’attenzione sul tema del libro – la dipendenza – sia ricondurre il mio romanzo nella tradizione di tutti i romanzi. E cioè quella di raccontare una storia intorno a qualcosa che sia, si presume, di interesse personale (per lo scrittore) e comune (per il lettore). Il mio intento, quando scrivo, è di “parlare anche di te”, e soprattutto di fare in modo che i protagonisti reali del romanzo siano, allo stesso tempo: i personaggi, lo stile, la lingua, il ritmo, il tema, le singole parole, la fabula, e anche i non detti, gli spazi bianchi che vorrei fosse il lettore a riempire. Poi però, quando si scrive, si deve anche accettare che il lettore recepisca il nostro libro come vuole: da questo punto di vista, secondo me non ci sono letture valide o meno valide. Ognuno dei lettori parla di ciò che l’ha colpito di più. Naturalmente mi dispiace che spesso l’argomento fagociti il romanzo, però so che l’eroina possiede un forte fascino: dunque tento sempre di spostare, di ricondurre l’attenzione sul fatto che, come dici tu, si tratta di un romanzo, con una trama, dei personaggi, una storia, non di un documentario. Il che è fondamentale per me: tutti i romanzi, del resto, hanno un tema. Spero però che, quando si legge Devozione, sia il romanzo stesso a focalizzare l’attenzione del lettore su tutti i suoi elementi contemporaneamente, sia il romanzo stesso a rivelarsi come un romanzo: ma questo non posso dirlo io, è il lettore a dover dire se ci sono riuscita.
R. Attraverso la storia di due eroinomani, ambientata fra Roma e Bari, lei cerca di codificare il senso di un attaccamento vitale, una “devozione” alla vita. Quanto c’è di Vera (Nikita) in lei?
Lattanzi Non vorrei essere scontata, ma davvero penso che, quando si scrive, si parli sempre di sé, ma non si faccia mai autobiografia. Mi spiego: la madre di Vera/Nikita è quanto di più distante dalla mia eppure, mentre ne scrivevo, non ho mai smesso di pensare a mia madre. Questa io la chiamo sincerità nella scrittura. La sincerità nella scrittura ha, secondo me, due caratteristiche: 1) si è sinceri quando si scrive quello che si sente di dover scrivere, quello che si ha urgenza di scrivere; 2) si è sinceri quando si fa appello a tutte le nostre sensazioni, sentimenti, paure, anche le più dolorose, pur di raccontare una storia che sia – non realistica, non reale, non verosimigliante – ma, appunto, sincera. Il lettore si accorge subito di quanto lo scrittore si sia o meno messo in gioco, quanto di sé abbia dato: non in autobiografia, ma in dedizione. Un romanzo vero è secondo me quello in cui l’autore non ha raccontato i fatti suoi – quello è un memoir – ma quello in cui ha parlato di ciò che conosce, senza remore né pudori né paura di soffrire.
R. Lei è entrata in contatto con il mondo di Nikita e Pablo, i protagonisti del romanzo, fingendosi una eroinomane, frequentando a lungo i sert. Qualche parola su questa sua esperienza.
Lattanzi La cosa che più mi ha spaventato, del mondo degli eroinomani, è che non sono diversi da noi, da me. L’eroinomane, per tutto il tempo, cerca una sola cosa: l’eroina. Il resto è come filtrato attraverso questo bisogno. L’eroina è come una persona che si frappone tra lui e i suoi cari, lui e i suoi desideri, lui e il mondo. Ecco: io mi sono accorta che anche noi – anche io – abbiamo delle dipendenze, delle devozioni, dei buchi interiori che risucchiano tutto il resto, in cui la nostra attenzione, le nostre passioni, le nostre forze cadono inesorabilmente. L’eroinomane non cerca la morte, ma solo la fine del dolore, la serenità. È quello che facciamo tutti. Poi però ci sono modi diversi di cercare la felicità: alcuni, come gli eroinomani, deragliano, e cercando la felicità trovano la morte, la pena, il dolore. Anche la depressione, l’alcolismo, e tutti i tipi di disperazione sono così. Con questo non sto né sottovalutando la potenza distruttiva dell’eroina, né giustificando gli eroinomani. Ancora una volta, mi astengo dall’emettere giudizi.
Per quanto riguarda la pratica, per cinque anni mi sono finta un’eroinomane malata di epatite c: sono stata con loro, sono andata nei sert, nelle comunità, a Villa Maraini, a Secondigliano – dove, al di fuori di ogni legalità, si vende l’eroina nelle basi, per strada, davanti a tutti – ho passato con loro giorni e notti. Ho provato cos’è la discriminazione, ho sentito lo sguardo disgustato delle persone sane, ho capito che un eroinomane è sempre solo, anche quando, fisicamente, è insieme a tanta gente.
R. Lei lavora (o ha lavorato) come traduttrice, editor, correttore di bozze. Conoscere il mondo editoriale “dall’interno” l’ha facilitata nell’approccio alla pubblicazione?
Lattanzi Lavorare dall’“interno” nell’editoria è completamente diverso da scrivere e pubblicare romanzi. Diversi sono i canali che si frequentano e diverso il tuo ruolo, la tua figura. Quindi, se devo dire in cosa mi ha aiutato lavorare in campo editoriale, è nella frequentazione costante, ossessiva quasi, delle parole. E del libro in tutte le sue forme: dalla scrittura alla riscrittura, dalla traduzione all’impaginazione, dall’editing alla selezione dei libri da pubblicare. A capire che scrivere non è solo – o quasi per niente – ispirazione. Ma che ci vuole, come dicevo, applicazione, sacrificio, una sorta di vocazione. E allo stesso tempo anche ad accettare che la scrittura non è estemporanea e inclassificabile, ma che ha bisogno – se si vuole tramutarla in un mezzo di comunicazione – anche di tanto ordine e razionalità.
R. Domenico Starnone l’ha aiutata in questo suo percorso. Il suo è stato un ruolo chiave?
Lattanzi Domenico Starnone è stato – ed è – il mio maestro. L’ho conosciuto dieci anni fa, quando frequentavo un corso con lui. Gli è piaciuta la mia scrittura, e da quel momento non ha mai smesso di insegnarmi. Non so se riesco a spiegarmi: lui mi ha rivelato come volevo scrivere. Cioè, è grazie a lui che la mia scrittura ha compiuto un passaggio fondamentale: da scrittura pensata per essere pubblica ma scritta come fosse privata, a scrittura consapevole, fondata sulla fatica, sul sudore, sulla riscrittura, sullo studio e la lettura.
R. Per concludere le chiedo un breve cenno ai suoi riferimenti letterari e al suo personale rapporto con la scrittura.
Lattanzi Credo che, per chi scrive, scrivere e leggere siano la felicità più pura. Ma anche la disperazione più nera quando, per esempio, non si riesce a trasferire sulla carta il mondo che si ha nella testa, o quando proprio non si riesce a costruirlo, questo mondo. Poi, però, non c’è solo l’atto della scrittura, non c’è solo la purezza. C’è la fatica: scrivere, come dicevo, non è nuda ispirazione. E poi c’è il rapporto coi tuoi personaggi, con quello che scrivi e con quello che non scrivi, che lasci fuori, che vuoi mettere nel tuo libro ma non ci entra, perché il suo posto non è in questo romanzo, o non è in nessun romanzo. Questo costa tanto. Ma è necessario. I miei riferimenti letterari sono infiniti. Da Cechov a Bulgakov, da Siti a Murakami, da Roth a Starnone, da De Lillo a Pavese a Fenoglio a Vittorini, da Szabò a Jaeggy a Duras a Sylvia Plath a Yehoshua a Coetzee a Dostoevskij a Kafka. Leggere, credo, è imprescindibile. È la vera dipendenza di chi vuole scrivere. Il primo e più grande piacere assoluto.
Roberto Giungato per Libri Consigliati
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