A pagamento o non a pagamento? Questo è il (solo) problema
Oggigiorno sembra quasi che il livello di una casa editrice non sia dato più dalla qualità dei titoli pubblicati, dal prestigio dei direttori delle varie collane o dall’originalità delle iniziative editoriali proposte, bensì dalla risposta a un breve, semplicissimo, quesito: “per essere pubblicati da voi, si paga o non si paga?”. Certo, la domanda è legittima e la questione spigolosa, ma la cosa che mi meraviglia non sta tanto nel fatto che vi siano sempre più tipografie che si spacciano per case editrici (sì, perché se fai pagare per stampare, è di tipografia che si parla) ma che a manifestare le proprie rimostranze siano spesso le stesse persone che questo meccanismo hanno contribuito a renderlo forte e difficilmente scardinabile: gli autori. Non tutti, ovviamente.
Fretta, insicurezza, inesperienza, disinformazione, desiderio d’apparire sono solo alcuni degli ingredienti che inducono molti autori ad affidarsi a (pseudo) case editrici per la pubblicazione a pagamento del proprio manoscritto, non considerando alcuni aspetti focali:
aumentare l’offerta di libri non comporta di riflesso l’aumento pro capite dei libri letti (se leggo in media 10 libri l’anno, è probabile che continuerò a leggerne 10 sia che il mercato ne offra 100 sia che ne offra 1.000);
quindi,
se il numero di libri in circolazione è eccessivo, il sistema non riesce a metabolizzarne il flusso e molti titoli (magari di qualità) rischiano di finire al macero senza neanche… passare per il via;
e quindi,
un sistema che non riesca a metabolizzare il flusso dei titoli, finisce per premiare solo gli autori che hanno alle spalle una spinta promozionale notevole e cioè quelli pubblicati dalle grandi società editrici.
Come si può notare, questo meccanismo va a discapito proprio degli autori meno noti, degli esordienti, di coloro che faticano a trovare un editore, degli autori “onesti”, dei lettori, delle piccole vere case editrici, insomma, dell’intero sistema editoriale.
Ma non è tutto perché, oltre al danno, arriva anche la beffa. Com’è ovvio (perlomeno per chi sia ben cosciente delle dinamiche in gioco), la reiterata pubblicazione di libri con case editrici riconosciute notoriamente come “a pagamento”, compromette inesorabilmente l’immagine degli stessi autori consenzienti che, agli occhi di editori, giornalisti, recensori e altri “addetti ai lavori”, rischiano di apparire di basso livello qualitativo perché innescano un semplice quanto prevedibile dubbio: se paghi per farti pubblicare, qualcosa non va.
Cristiano Sabbatini, direttore Bel-Ami Edizioni
Le case editrici hanno scoperto un vero e proprio business, come dargli torto? Pubblicare facendosi dare un bel po’ di soldi per coprirsi le spalle dal cosiddetto rischio d’impresa, scaricandolo al contempo sull’autore, che si ritrova sul groppone centinaia di propri libri da rifilare ad amici e parenti. Il segnale per un cambiamento che sia all’insegna della serietà editoriale deve necessariamente partire dagli autori, che devono rifiutarsi di stare al gioco, rivolgendosi a delle tipografie per la stampa dei propri lavori (così possono decidere come e quanto pubblicare, senza svuotare le tasche). E chi se ne frega del codice ISBN, e chi se ne frega della distribuzione nelle librerie (tanto la poesia non la compra quasi nessuno), e chi se ne frega della promozione… Se un autore vale, qualcuno si ne accorgerà anche con un semplice libretto stampato in tipografia.
A lamentarsene sono gli autori che non hanno contribuito a rendere forte questo sistema. E, anzi, si prodigano a far sì che questo sistema si indebolisca.
La prima cosa da sapere, su un editore indipendente, è se pubblica a pagamento o meno: se chiede soldi non c’è nemmeno da giudicare la sua linea editoriale, si fa finta che manco esista. In caso contrario, si guarda alla qualità dei libri, al prestigio e via dicendo.
Non posso che essere d’accordo con quanto scritto da Cristiano Sabbatini, anche se il problema è molto più variegato.